Ambiente

Le motivazioni che spingono ad una alimentazione vegetariana e vegan sono prevalentemente etiche. I vegetariani riconoscono a tutti gli animali (terrestri e marini) il diritto a vivere e a non soffrire a causa dei nostri metodi di cattura, allevamento e macellazione. Non solo, una alimentazione vegetariana ben strutturata può contribuire a ridurre la nostra impronta ecologica e risparmiare risorse per le generazioni future. Per esempio, a livello mondiale, il 50% dei cereali viene utilizzato per l’alimentazione animale. In Europa il 77% dei cereali è cibo per gli animali da  allevamento, negli USA l’87% e nei paesi poveri il 18%. Nel mondo solo il 10% della soia è destinato all’alimentazione umana. Per quanto concerne l’efficienza di conversione, è utile sapere che 157 milioni di tonnellate di cereali e legumi forniscono circa 28 milioni di tonnellate di carne Nel 1979, negli Stati Uniti, sono stati impiegati 145 milioni di tonnellate di cereali e soia per l’alimentazione animale che hanno prodotto 21 milioni di tonnellate di cibo disponibile per l’uomo. È stato calcolato che gli alimenti sottratti al consumo umano (124 milioni di tonnellate), convertiti in denaro (20 miliardi di dollari), avrebbero potuto garantire un piatto di cibo per ogni abitante del pianeta per un anno. Notevole è anche l’impiego di acqua per la produzione di carne. Per avere un chilogrammo di carne di manzo si consumano 100.000 litri di acqua, per produrre 1 kg di soia ne occorrono solo 2.000 litri. Sono numerosi anche i problemi ambientali causati dall’allevamento intensivo. L’eliminazione delle deiezioni è uno di questi. Un allevamento medio di bovini (10.000 capi) produce 200 tonnellate di sterco al giorno pari ad un insediamento umana di circa 110.000 abitanti. Negli USA gli allevamenti producono 1 miliardo di tonnellate di deiezioni ogni anno. Per non parlare poi della distruzione delle foreste al fine di liberare spazio da pascolo o per la produzione di cereali e legumi per l’alimentazione animale. Non molto diversi sono i problemi indotti dalla pesca industriale e intensiva. Le stime più recenti sugli stock ittici non d’allevamento indicano che su circa 600 specie monitorate dalla FAO, il 52% è risultato sfruttato al massimo delle sua capacità, mentre il 17% è sfruttato in eccesso, il 7% esaurito e solo l’1% è in fase di ripresa da una situazione di totale impoverimento. Il 20 per cento è moderatamente sfruttato, con solo il 3 per cento giudicato sotto-sfruttato (sito FAO Accesso 29/11/08). Circa metà dei pesci che si consumano a livello mondiale provengono da allevamenti ittici. Nel 1980 solo il 9% del pesce consumato proveniva dall’acquacoltura, mentre oggi la percentuale è salita al 43%. Al momento il pescato complessivo, sia di mare che d’acqua dolce, ammonta a circa 95 milioni di tonnellate all’anno, di cui 60 milioni di tonnellate destinate al consumo umano. (Rapporto FAO “Lo Stato dell’Acquacoltura mondiale 2006” sito FAO accesso 29/11/08) La stragrande maggioranza della farina di pesce viene usata per l’alimentazione animale, soprattutto nel settore avicolo, e l’acquacoltura adesso incide per circa il 35 per cento della sua produzione mondiale. E dunque facile prevedere che la competizione con il settore zootecnico per spartirsi una risorsa limitata aumenterà con ripercussioni sia sui prezzi che sulla disponibilità (sito FAO accesso 29/11/08). Ogni anno circa un quarto del pesce catturato nel mondo è bycatch (pesca accidentale – animali ributtati in mare morti o feriti), circa 27 milioni di tonnellate di esseri viventi vengono buttate via perché non rilevanti da un punto di vista commerciale. Per portare sui banchi di vendita 450 grammi di platesse o sogliole finiscono nelle reti circa sette chili di bycatch. Il bycatch assume dimensioni allarmanti nella pesca di gamberetti tropicali: per ottenere un chilo di gamberetti, nelle reti finiscono 10, talvolta addirittura 20 kg di pesci che vengono successivamente ributtati in mare (sito WWF Svizzera accesso 12/11/2009). La pesca con i gamberi pur costituendo il 2% di tutto il pescato in mare aperto è responsabile del 30% del bycatch mondiale. Tutti questi dati dimostrano che moltissime risorse a livello planetario vengono impiegate per l’alimentazione di animali da allevamento e sottratti alle popolazioni più povere. L’attuale modello alimentare dei paesi occidentali che è in buona parte responsabile della mortalità per cancro e malattie cardiovascolari, contribuisce a mantenere in condizioni di estrema sofferenza gli animali da allevamento e consuma risorse che potrebbero essere destinate per migliorare la condizione di salute e benessere per numerose popolazioni del terzo mondo. È di questi giorni la notizia che le persone che soffrono la fame supera il miliardo e che ogni anno muoiono per mancanza di cibo cinque milioni di bambini. L’alimentazione vegetariana non è l’unica risposta a questo stato di cose ma è quella che ha il maggior livello di scelta personale (possiamo decidere autonomamente cosa mangiare) e può essere adottata da subito. Non solo, è stato visto che l’eliminazione della carne dalla nostra alimentazione contribuisce alla riduzione dei gas serra molto più che l’acquisto di alimenti di produzione locale poiché la maggior parte della CO2 (83%) viene emessa in fase di produzione del cibo. Dott. Lorenzo Corsi Biologo Nutrizionista

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