Comportamenti

Il mondo occidentale ha raggiunto un livello di benessere diffuso, in grado di garantire condizioni di vita elevate sia in termini di mezzi di sussistenza che di qualità e durata dell’esistenza dei suoi abitanti. Al contempo, assicura agli individui anche la possibilità di liberare il pensiero ed i comportamenti dall’assillo della sopravvivenza quotidiana per porsi più elevati obiettivi in termini di coscienza di sé e di consapevolezza sociale, quindi di etica comportamentale.

La nostra è una condizione di vita mai verificatasi in passato. Questa epoca, attraverso i nostri comportamenti, ha quindi la possibilità di fornire chiare indicazioni su quale sia il profondo carattere dell’animo umano: dedito al piacere individuale fine a se stesso e condannato quindi a stato vegetativo, oppure capace di espandere i propri ideali e sensibile alla solidarietà verso gli altri esseri viventi. In sintesi: è l’egoismo o la generosità il carattere prevalente dell’uomo? E’ una domanda cui sono state date infinite risposte teoriche, mai una prova concreta in termini di comportamenti generalizzati.

Periodi di opulenza determinano eventi destinati a restare positivamente impressi nella storia. Così il Rinascimento italiano fu favorito dalla concentrazione di ricchezza in alcuni Stati, fortunatamente governati da Signori affascinati dalle Arti e dalla Letteratura. La guerra anti-schiavista fu vinta dai ricchi Stati industrializzati del Nord America, per i quali era insopportabile il concetto stesso di schiavitù, contro il Sud agricolo, per il quale gli schiavi rappresentavano una irrinunciabile risorsa produttiva, a costo pressoché zero.

Molti altri esempi si potrebbero fare, ma l’aspetto da osservare è come il benessere di un certo periodo consenta di realizzare ideali che segnano nella Storia progressi sociali universalmente riconosciuti. Così i grandi mecenati del medio evo fecero del loro amore per le Arti una pietra miliare nella storia dell’Umanità, al pari dell’America di Lincoln che abolì la schiavitù, garantendo un forte impulso verso la pari dignità di uomini di razze diverse.

I comportamenti sono quindi capaci di realizzare il pensiero etico che in quel periodo assume prevalenza, quale bisogno socialmente irrinunciabile e verso il quale si orientano tutte le forze migliori presenti in quel contesto politico-economico.

Ritornando ai nostri giorni, occorre chiedersi quale ideale della nostra epoca vogliamo trasferire nella Storia attraverso i nostri comportamenti. Il mondo occidentale per tradizioni e struttura sociale rappresenta ancora la parte più evoluta del Globo ed è quindi all’Occidente che spetta il ruolo trainante del progresso civile. All’interno del mondo occidentale, ci piaccia o no, l’Italia è stata la culla della tutela di diritti fino dall’epoca romana ed ha millenarie esperienze di istituzioni giuridiche.

La conclusione è: “qui ed ora” devono iniziare i comportamenti generalizzati che portino all’ampliamento del nostro senso di responsabilità nel rispetto degli animali, ultimi esseri viventi derelitti e privi di qualsiasi diritto. Anche le poche e poco osservate norme in difesa degli animali d’affezione sono fatte a misura d’uomo. Potrebbe obiettarsi che sono norme basate sulla soggettività di quegli animali che per loro caratteristiche sono i più prossimi all’uomo e quindi ne condividono gli eventi ed in parte la tutela. E’ una versione di comodo e falsa, necessaria per tranquillizzare le nostre coscienze disoneste. Perché allora la tutela non include i cavalli? Sono anch’essi animali meritori, in passato come ai giorni d’oggi, per i grandi servigi resi. Ma il cavallo è grande, vive lontano dalle nostre abitazioni, anche se lo macellano “che ce frega?”, mentre un eventuale calcio al mio cagnetto deve avere tutela giuridica per tranquillizzare la mia suscettibilità di proprietario.

Le nostre leggi ed i nostri comportamenti sono tutti di impronta specista, cioè fatti per uso e comodità dell’uomo. Poche sono le manifestazioni comportamentali che evidenziano la volontà di perseguire una diversa visione della nostra esistenza, che ponga al centro dei nostri comportamenti il rispetto di tutti i viventi del Regno animale, di cui noi rappresentiamo una minoritaria appartenenza.

Noi ci siamo attribuiti un ruolo divino, con la complicità anche di taluni insegnamenti capziosi della religione cristiana, ma in realtà nei nostri comportamenti non vi è alcunché di elevato che possa minimamente far pensare a componenti divine. Anzi, quotidianamente abbiamo plurime occasioni di vergognarci di appartenere a questa specie, in primis la carneficina quotidiana di milioni di animali inutilmente sacrificati per la insalubre alimentazione di miliardi di umani, nonché per per lo spreco. Le recenti festività pasquali hanno fatto consumare in Italia circa tre miliardi di alimenti, di cui oltre un miliardo sono avanzi da smaltire.

L’”homo ludens” regna indisturbato. Se vogliamo assumere il “costo” a parametro dei valori oggi apprezzati, dovremmo concludere che calciatori, attori, cantanti, con i loro ingaggi stratosferici, rappresentano i valori preferiti in modo indiscusso. Parallelamente però dobbiamo rassegnarci a considerarci tutti noi dei consumatori dediti al divertimento ed analogamente al piacere immediato di tutti gli altri consumi eccessivi, succubi di un malinteso criterio di sviluppo economico. Contemporaneamente scienziati, letterati, ricercatori, insegnanti languono nella coda dei valori socialmente apprezzati. Personalmente rifiuto di appartenere a questa immagine di umanità. Dovremmo coscienziosamente domandarci se le risorse impiegate nelle professioni di maggior successo contribuiscano ad una almeno uguale crescita di valori nelle persone che da tali attività sono attratte. Se la risposta fosse negativa, dovremmo concludere che occorre urgentemente modificare l’attuale stato di cose. Prima lo faremo, meno ci impoveriremo di risorse oggi sperperate per alimentare fini futili, a volte dannosi. Però questa è una eventualità impopolare, che nessun politico neppure considera e poche religioni enunciano.

Però, nonostante tutto, vi è una solida e crescente base di persone, dai forti principi comportamentali e dalle capacità di scelte autonome, che pensano ed agiscono in modo sensibile ai bisogni dei viventi diseredati ed alla conservazione dell’ambiente per i nostri posteri, distaccandosi dai distruttivi comportamenti di massa, pedissequi ed acritici.

Alcune di queste persone si battono per il miglioramento delle condizioni dei nostri simili più sfortunati attraverso potenti organizzazioni nazionali ed internazionali (FAO, Unicef, ecc.). Oltre a queste, altre persone si battono per i diritti di esseri viventi fisicamente dissimili da noi, ma ugualmente senzienti, innocenti, indifesi e maltratti: gli animali, esseri capaci di grandi emozioni e di generosi sentimenti, basta conoscerli e saperli ascoltare.

Gli animali sono esseri prevalentemente considerati “strumenti di produzione” sottoposti a impietose pratiche di allevamento, a lavori gravosi e rischiosi, reclusi, sfruttati, torturati e uccisi anche per divertimento, come la pratica della caccia. Disponiamo di studi incontrovertibili con prove certe di come essi abbiano perfetta coscienza di sé e del loro stato, ciò nonostante i nostri comportamenti continuano a trattarli come oggetti insensibili da sfruttare senza ritegno fino allo spreco, analogamente a quanto gli Stati confederati ritenevano loro diritto di fare con gli schiavi.

Per la difesa degli animali sono sorte numerose organizzazioni nazionali ed internazionali, con mezzi limitati o perfino inesistenti, ma ugualmente capaci di affermare con crescente diffusione i propri ideali. Siamo quasi agli antipodi del mondo consumistico, numerose persone si privano anche del necessario per poter aiutare animali dal passato e dal destino atroce. Certamente questo tipo di comportamento è conseguente a scelte mature che hanno posto il diritto all’esistenza degli animali in ruolo paritetico al diritto di esistenza delle persone. E non potrebbe essere diversamente perché la nostra origine di vita è comune alla loro e solo la irrefrenabile sopraffazione di un parossistico consumismo li ha resi tutti esseri da macello.

Solo la riflessione, la sensibilità, la generosità conducono a scelte che ristabiliscono i naturali rapporti di convivenza, frutto della propria personalità e della propria individualità, ben diverse dalle scelte plagiate dalla pubblicità, esclusivamente motivate dalla necessità di “consumare”. Consumare cosa, quando e perché sembrano aspetti irrilevanti, con il conseguente effetto che i comportamenti dell’uomo sono sempre più irrispettosi della esistenza del nostro prossimo, qualsiasi forma fisica egli abbia, una sorta di tragico gioco al “tutti contro tutti”. Oggi la ferocia insita in questo nostro modo di esistere è concentrata sugli animali, ma se non vengono recuperati migliori criteri di convivenza il collasso sociale riguarderà anche le relazioni umane, esiziale meritato contrappasso per aver mancato di usare positivamente le nostre capacità.

Individualmente porsi domande e imporsi comportamenti coerenti oggi rappresenta un atto di coraggio e di forza interiore, una nuova forma di eroismo, che richiede capacità non presenti in molte persone, per opporsi alla dilagante subdola omologazione prodotta attraverso i mezzi di comunicazione di massa.

Consapevoli di ciò, per assicurarsi lunga e proficua esistenza, il fronte animalista deve concentrare la sua attenzione ed i suoi comportamenti su tre grossi ostacoli:

  • la frammentazione in gruppi attivi ma scollegati.

Problema cui l’informatizzazione delle comunicazioni sta fornendo un aiuto – come dimostra il recente successo riscosso da Veganfest, che Ivana ci ha gentilmente documentato con il suo interessante reportage fotografico, disponibile su questo sito -, tuttavia una migliore struttura delle varie attività svolte comporterebbe un maggior impatto sull’opinione pubblica e un maggiore interesse degli ambienti politici-amministrativi in favore delle nostre cause;

  • la messaggistica controcorrente che richiama all’impegno morale dei propri comportamenti.

Due parole “impegno” e “morale” che ormai suonano fastidiose alla maggior parte delle persone bombardate dal comodo e dominante “prendi e goditi”. Quindi mi sembrano più opportune formule tipo “la responsabilità verso un animale fa bene a te”. Purtroppo ci dovremo adeguare alla vacuità dei messaggi pubblicitari per essere compresi. Ormai la gente è così scollegata dalla realtà di ciò che non riguarda direttamente la loro quotidianità che ha perfino qualche difficoltà a considerare che il petto di pollo non è nato nella vaschetta, ma era di un animale perfettamente in grado di vivere la sua vita naturale e che per la nostra ingordigia è stato prima privato di qualsiasi dignità di essere vivente, poi della vita stessa, per finire nella fossa comune del banco del supermercato, con qualche probabilità di andare successivamente nella pattumiera o tra gli avanzi da riciclare.

  • l’assenza di profitti economici e flussi finanziari, pertanto quasi tutte le risorse devono uscire dalle tasche dei volontari.

I produttori delle armi e degli accessori per la caccia finanziano le lobbies dei cacciatori, ma i produttori di cibo ed articoli per gli animali dove sono? Perché gli animalisti non riescono ad ottenere alcun sostentamento, pur così necessario. Siamo talmente orgogliosi della nostra autonomia da rifiutare di indossare durante le nostre manifestazioni una maglietta con il nome di uno sponsor, purché anch’esso genuinamente animalista (ad esempio una casa farmaceutica cruelty-free)? Oppure è un problema di scarsa organizzazione?

Molta strada è stata fatta, altra ne dobbiamo ancora fare, ma assai consolante è osservare quanta fermezza di idee e coerenza di comportamenti è dimostrata dal movimento animalista, Nonostante le molte bandiere, esso conforma i suoi comportamenti verso obiettivi chiari, senza timori e senza subalternità. Ad ogni lancio di iniziative vi è una risposta corale. Il risultato è una falange in grado di confrontarsi con chiunque a qualsiasi livello. La sua forza è la consapevolezza di combattere anacronistiche e vili ingiustizie. Sono fiducioso che il mondo animalista saprà misurarsi validamente con le nuove prove che lo attendono: razionalizzerà le proprie strutture, attrarrà nuovi consensi soprattutto tra i giovani, conseguirà solidi e durevoli successi.

Sarà possibile in futuro osservare che la nostra Epoca ha avviato nei fatti il rispetto degli animali, attraverso responsabili disposizioni emanate dalle Istituzioni e generalizzati comportamenti posti in atto dalla maggioranza degli abitanti dei Paesi occidentali? Quindi, sarà considerato il messaggio animalista l’etica innovativa e prevalente dei nostri giorni? Un risultato concreto così ottenuto potrebbe valere quale giudizio definitivo su come sia realmente fatto l’animo dell’uomo: non egoista accaparratore di piaceri, ma viaggiatore leale ed attento verso gli altri compagni di viaggio presenti sul pianeta.

Altri radicali stravolgimenti dei principi etici sono avvenuti in passato, spesso conseguenti ad atti di forza, noi vorremmo che questo da noi auspicato avvenisse come dettato dalla nostra coscienza.

Marco Ciuti

A forza di sterminare animali, si capì che anche sopprimere l’uomo non richiedeva un grande sforzo.

(Erasmo da Rotterdam – umanista olandese, 1466/1469 – 1536)

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